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Gabriele Molina, l'uomo del Gigathlon

Sei un figlio d’arte d’eccezione: in che modo tuo padre ha influenzato le tue scelte sportive?

Da bambino e da ragazzo ho seguito le orme di mio padre giocando come portiere in tutte le categorie giovanili dell’HCL. L’avvicinamento al disco su ghiaccio è stato del tutto normale: in casa ovviamente giravano diversi bastoni e dischi, e con la mamma capitava ogni tanto di andare a vedere Papà Alfio durante gli allenamenti… Ciò che ricordo di più però è quando in primavera seguivo mio padre (negli anni successivi al suo ritiro) al percorso-vita o nelle corsette che faceva dopo il lavoro. Tanti sono anche i ricordi delle nostre prime avventure con i primi rampichini (il termie Mountainbike è arrivato dopo…) nei boschi del Luganese. Mio padre insomma mi ha trasmesso la passione per lo sport, da vivere come divertimento.

I primi “passi sportivi” li hai mossi sul ghiaccio: cosa ricordi con più emozione di quel periodo?
I ricordi più belli sono legati ai primi anni, quando, ancora ragazzini, si giocava in maniera spensierata e tutto era un gran divertimento: le trasferte in pullmino si trasformavano in momenti aggregativi divertenti con i compagni, i tornei in svizzera interna un bellissimo momento per stare con gli amici. Salendo di categoria le cose invece diventavano più serie e i miei ricordi non sono sempre bellissimi: da adolescente ero spesso nervoso sul ghiaccio, non sapevo controllare le mie emozioni e le mie prestazioni erano molto incostanti. Avevo sempre tanta paura di commettere errori, che si sa che per un portiere significano solo una cosa: goal…

Dove e quando è nata la passione per il Gigathlon?
Durante i miei studi a Zurigo ho iniziato ad appassionarmi agli sport di resistenza e il triathlon è stata una sfida in questa direzione. Certo all’inizio un triathlon olimpico (1,5km a nuoto - 40km in bici – 10km a corsa) sembrava già una sfida accattivante. Ma poi come spesso succede ci si lascia ingolosire: nel mio caso non ha mai significato aumentare il numero di gare (il mio record è di 3 triathlon in un anno…) o cercare il risultato (bisogna anche essere realisti…), ma piuttosto mettersi alla prova in qualcosa di più lungo. Nel 2002, grazie alla notevole copertura mediatica dell’evento legato a Expo02, ho conosciuto il Gigathlon, ed ho quindi seguito sui media gli exploit di questi sportivi che mi sembravano marziani. Nel 2009 infine mi son sentito pronto per tentare questa nuova avventura, con una piacevole esperienza di tre giorni nella regione di San Gallo. Da quel momento in poi ogni anno mi sono ripresentato al via.

Qual è stata la tua più grande sfida?
Negherei se dicessi che non vado fiero della mia prestazione al Gigathlon 2013 che si è svolto in luglio sull’arco di 6 giornate. Un’esperienza sportiva e umana straordinaria: dal punto di vista fisico e psichico tutto ha funzionato per il meglio. I ricordi più belli però sono legati ai fantastici paesaggi attraversati, alle chiacchierate sulle lunghe salite con i colleghi d’avventura, all’euforia dei bambini che uscivano davanti alle loro case per farci il tifo. Guardando indietro mi dico che sono stato fortunato a poter fare una vacanza girando la Svizzera facendo una delle cose che tanto mi piace: fatica.

Come e quanto ti alleni alla settimana?
Ora come ora, per i miei canoni, sono diventato un semi-sedentario: mi accontento di 40-60min al giorno e spesso non arrivo a 10ore settimanali. Chiaramente per preparare il Gigathlon ho sudato molto di più. La vera preparazione inizia circa ad ottobre, dove si cerca di correre e nuotare bene e a fare ancora qualche bella uscita in bicicletta. D’inverno ci si concentra sul nuoto e sulla corsa, completando l’allenamento con belle uscite con le pelli di foca. In primavera infine si aumentano progressivamente ma con decisione le ore di allenamento: a metà maggio e poi ancora a inizio giugno ho svolto due blocchi di una settimana superando le 35ore settimanali. Spesso ci si sente un po’ stupidi a correre per più di un’ora dopo 5-7ore di bicicletta, ma io sono proprio il tipo d’atleta che per essere tranquillo e sentirsi pronto ha bisogno di queste super giornate: mi danno la convinzione che ce la posso fare, che la gara sarà come un allenamento o poco più. Quest’anno in particolare ho cercato di svolgere più giornate consecutive (da 2 fino ad un massimo di 5) come quella sopra descritta: era importante per me vedere come reagiva il mio corpo a dei carichi simili e soprattutto provare a gestire mentalmente la fatica e la noia, trovando strategie per non pensare alla stanchezza e convivere piacevolmente con essa.

Le gare di Gigathlon si svolgono su diverse giornate e sono molto impegnative: cosa si pensa durante le lunghe ore di competizione?
In ogni giornata, ad ogni tratta, c’è un turbinio di pensieri che vanno e vengono nella testa. Spesso il bello è proprio lasciar libera la mente, far sì che siano il percorso, il paesaggio, le emozioni del momento a guidare i propri pensieri così da non dover pensare alla gara. I pensieri che affiorano sono spesso superficiali, si affacciano, cambiano e scompaiono velocemente, forse perché inconsciamente il nostro corpo non vuole stancarsi troppo per doversi concentrare. Ovviamente in altri mometi l’attenzione è rivolta a qualcosa che ha direttamente a che fare con la gara: a nuoto si ripassa mentalmente le tratte che seguono e si cerca di scegliere la miglior traiettoria, in rampichino e in bici si è concentrati sulla strada, sul sentiero, ad evitare buchi e sassi così da non avere stupide forature o cadute, ecc. Si ascolta tantissimo anche il proprio corpo e i segnali che ci manda: come stanno le gambe, sono stanche, devo diminuire il ritmo di corsa, posso osare e forzare? Un pensiero che mi ha occupato tanto tempo è stato l’alimentazione: per evitare crisi ma anche problemi intestinali, mi concentravo a bere con regolarità, ad assumere cibo ogni 30-40 minuti, valutando in base alla tratta cosa era meglio mangiare.

Com’era la tua giornata tipo durante il Gigathlon?
La giornata era molto semplice per me ed estremamente stressante per i supporters. In genere la sveglia suonava tra le 3.15 e le 4.30, seguiva una buona colazione e tra le 5.00 e le 7.00 si partiva con la prima tratta. Per le prossime 10-12 ore non dovevo fare altro che mangiare-pedalare-mangiare-correre-mangiare-nuotare,ecc. I miei supporters invece dovevano spostarsi in camper o shuttle bus alle varie zone cambio, predisporre materiale, abbigliamento e rifornimenti per la tratta successiva, impacchettare tutto velocemente i ripartire alla volta della prossima zona cambio e così di seguito. All’arrivo cercavo di mangiare subito qualcosina, andavo in doccia e poi immediatamente ai massaggi. Seguiva la cena assieme ai supporters e infine si rientrava direttamente al camper. Qui controllavo velocemente che il materiale del giorno dopo, che i miei supporters avevano già meticolosamente preparato e diviso, fosse corretto. Dopo qualche breve scambio di battute sulla giornata trascorsa e quella a venire, verso le 21.00 si andava a letto fieri per quello che si stava facendo e un po’ preoccupati per quanto ancora ci aspettava.


Qual è la ricetta segreta per aver successo e per non mollare?

Quanto sarebbe comodo se nella vita ci fosse una ricetta per tutto? Sarebbe comodo ma non per forza di cose bello: mancherebbe il gusto dell’incertezza e non avremmo più la libertà di scoprire il nostro percorso personale, quello più adatto a noi. L’esperienza che ognuno accumula ha una grandissima importanza personale: la mia ricetta credo che sia valida solo per me e al massimo può servire a qualcuno per completare la sua ricetta. Io so di aver bisogno di una buona programmazione a tavolino, con tutti dettagli dei piani di impiego dei supporters, del materiale e dell’alimentazioni pronti. Devo inoltre sentire di aver fatto del mio meglio durante la preparazione fisica e gli allenamenti, con numerose giornate di 6-8 ore. Infine ho scoperto che devo voler fortemente una gara: già al momento dell’iscrizione devo percepire un’emozione, un fuoco che inizia ad ardere dentro di me. Insomma la gara deve rappresentare un’avventura particolare che voglio assolutamente vivere. Una volta partiti infine mi concentro tratta per tratta, ogni zona cambio è un traguardo parziale, un obiettivo raggiunto. Inutile preoccuparsi troppo di quello che viene dopo, anche se il dopo sono 2-3 ore di corsa quando si hanno già 8-10 ore di gara nelle gambe.

Gabriele Molina ha uno o più riti scaramantici che mette in pratica prima di una competizione?
Come tutti i riti scaramantici anche il mio è banale e sciocco: faccio attenzione ad infilare sempre prima la calza, rispettivamente la scarpa, destra. E questo vale anche per ogni allenamento…

Cosa si fa la sera dell’ultimo giorno di Gigathlon?
In realtà nulla di speciale: le intenzioni erano tante ma la stanchezza ha preso il sopravvento. Dopo il bagno nel lago Lemano è seguito un rilassante aperitivo all’esterno del camper con i supporters, dopo la cena e la premiazione (emozionati per l’ottimo Terzo posto dell’amico Lukas!) abbiamo fatto 2 passi in riva al lago sedendoci per un meritato gelato. In quel momento abbiamo capito che le energie rimaste erano poche e che i nostri corpi chiedevano di riposare e dormire. Non abbiamo fatto nulla di speciale, ma son sicuro che ognuno ha vissuto questa “banalità” con delle emozioni particolari.

Progetti ed ambizioni future in ambito sportivo?
Qualche sogno nel cassetto c`è ancora e conoscendomi so che altri ne entreranno prima che tutti siano già usciti. Innanzitutto devo ancora decidere se continuare con le multi discipline (che mi affascinano sempre tanto per la loro completezza) o se concentrarmi sulle corse in montagna. Nel primo caso le gare che mi stuzzicano si chiamano SwissMan e Norseman Extreme Triathlon; nel secondo caso i sogni si chiamano Ultra Trail Mont-Blanc e soprattutto Tor des Geants. Per questi ultimi bisognerà eventualmente avvicinarsi per gradi nei prossimi 2-4 anni: nell’immediato futuro quindi un obiettivo potrebbe essere il 4Trail (una corsa di 160km in 4 tappe a cavallo tra Germania, Austria e Svizzera) e/o il Trail Ticino di 133km in una sola tappa. Oppure abbandonare almeno per un anno l’idea delle gare e vivere qualche avventura particolare, magari nuotando in un’estate in ognuno dei laghetti alpini ticinesi…
 

 

 

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