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Davide Andreoli e Mirko Gianini scalano il Cervino

Una bella avventura insieme. La scalata del Cervino

di Davide Andreoli (collaboratore del dicastero Sport)
 
 
Compagni di avventura in montagna sin da bambini, cresciuti nell’amore per la natura e per il selvaggio mondo che esiste tra le vette innevate, questo inverno io (Davide) e Mirko abbiamo deciso di cimentarci nella conquista di una delle cime più ambite e ammirate dalla maggior parte degli alpinisti, il Cervino.
 
Tutto comincia agli inizi di dicembre mentre mi trovo a casa e mi soffermo a pensare al mio amico Mirko, che si trova giù in Patagonia: a quel punto, un forte desiderio di scoperta e di avventura mi pervade e invio un sms al mio compagno di viaggio, comunicandogli che mi sarebbe piaciuto compiere insieme qualcosa di bello, di speciale.
La risposta, dall’altro capo del mondo, è immediata: «Perché non scalare il Cervino?»
 
Dopo pochi giorni, Mirko torna dal suo viaggio e io, nel frattempo, in meno di una settimana, organizzo il necessario: guardo le previsioni meteo, che prospettano tempo sereno e, in data  9 dicembre 2013, partiamo per questa nuova avventura, la cui prima tappa è il villaggio di Täsch, dove pernottiamo. Ripartiamo l’indomani mattina verso Zermatt, località in cui ci attende la cabinovia, che ci conduce fino alla regione dello Schwarzsee (2'552 m.s.l.m.): da qui inizia l’ascensione vera e propria che, nell’arco di tre ore, ci conduce alla capanna Hörnlihütte (3'260 m.s.l.m.). Ma l’abbondante quantità di neve caduta, rende il sentiero non visibile e siamo costretti a chiedere informazioni agli operatori della cabinovia, che ci indicano la direzione da prendere.
 
Dopo aver avanzato in maniera diretta attraverso un canale, decidiamo di mettere le racchette ai piedi, per evitare di affondare troppo nella neve.
Il paesaggio è da favola, non un rumore; sembra di essere in un’altra dimensione; cominciamo a percepire  la nostra piccolezza e l’imponenza di quel gigante che sovrasta le nostre teste.
Una volta giunti alla capanna e dopo aver fatto un piccolo sopralluogo per tastare le condizione delle corde fisse e della neve, in vista della continuazione dell’ascesa il giorno seguente, finalmente bivacchiamo, godendoci una calda zuppa.
Ed è bello trovarsi con un amico fidato, soli, in un posto sperduto, a condividere dei momenti che si ricorderanno per sempre.
 
L’indomani mattina si riparte, per arrivare a quello che è il bivacco di emergenza Solvayhütte (4003 m.s.l.m.): l’avanzamento, prima su corde fisse, viene compiuto, in un secondo momento, mediante scalate su misto (roccia-neve). Io e Mirko ci suddividiamo i tiri di corda per arrivare alla capanna, una volta vado io per primo, l’altra volta lui: lavoriamo bene insieme, ci rispettiamo e il nostro legame, a livello personale e a livello alpinistico, si rafforza. L’ascesa non è semplice, perché dobbiamo fare delle deviazioni, causa l’abbondante neve, dai punti in cui ci sono le corde fisse, non visibili e non utilizzabili: siamo, dunque, costretti ad allontanarci dalla via che normalmente fanno le guide e dobbiamo deviare sulle creste, ove il rischio di caduta è elevato e l’attenzione deve essere massima. Dopo circa 7 ore e mezza, raggiungiamo il bivacco: siamo soddisfatti, felici e molto stanchi; ci addormentiamo pensando a domani, mentre le temperature all’interno del rifugio arrivano fino a -8°C.
 
Finalmente il 12 dicembre è il grande giorno: un problema ai ramponi ritarda di circa mezz’ora la partenza prevista ma, comunque, si riesce a cominciare quest’ultima tappa del nostro progetto; l’ascesa è abbastanza impegnativa ma, sin da subito, ci sentiamo in forma e motivati ad arrivare in vetta.
 
Coincidenza strana il 12/12, alle ore 12:00, conquistiamo la cima. Descrivere cosa abbiamo provato è davvero difficile: una gioia immensa ma, al contempo una certa paura, una data tensione; molti alpinisti muoiono durante la discesa, forse perché cala la concentrazione e non nascondo che un po’ di pensieri, in quel momento hanno occupato la mia mente.
 
Nonostante ciò, mi godo il momento, siamo su, in mezzo a un paradiso, soli, su una delle vette più spettacolari al mondo. Mi sento libero!!!
 
... Se qualcuno mi chiedesse il perché io abbia voluto scrivere queste righe sulla nostra esperienza, il motivo è il seguente: andare in montagna mi ha insegnato a conoscere me stesso, a mettermi alla prova, a capire che sono in grado di fare alcune cose, che posso superare alcuni miei limiti e che ci sono ostacoli, che alle volte, invece, non sono  ancora pronto ad affrontare. Quello che mi sento di dare, quindi, è solo un piccolo consiglio a chi volesse accoglierlo: spesso, ci troviamo di fronte a cose che ci sembrano giganti, immense, insuperabili ma, in un modo o nell’altro, se lo vogliamo veramente, possiamo trovare le risorse dentro noi stessi e superare le difficoltà che ci presenta la vita e, se in quel momento, un dato problema non è risolvibile, pazienza, lo si guarda da un angolazione diversa e, magari, quando saremo più pronti e le condizioni saranno migliori, riusciremo a superare anche quello.
 
Davide Andreoli 
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