People

Daniele Finzi Pasca a Sochi 2014

Daniele Finzi Pasca, un luganese doc, artista a 360°, fondatore di ben tre compagnie teatrali, autore, regista, direttore artistico. È stato chiamato a dirigere la cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Sochi 2014 e la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi. Come si arriva a tanto? Quanto lavoro c’è dietro?

Arrivare presuppone che ci sia stato un obiettivo ma, di fatto, non c’è mai stato l’obiettivo di trovarsi alle Olimpiadi, anzi, quella di Sochi è stata un’esperienza preceduta da una lunghissima negoziazione prima che io e la compagnia accettassimo di trovarci coinvolti in questa avventura. I nostri obiettivi sono di costruire spettacoli che emozionino, che tocchino, che facciano sognare.
Il mio mondo nasce dallo sport. Ho cominciato, infatti, come ginnasta e poi sono diventato un acrobata. Faccio parte di quei registi che lavorano con attori con una forte preparazione fisica. Per me uno dei traguardi è stato lavorare con Circque du Soleil, una compagnia in cui il linguaggio dell’attore è fisico ed esprime le sue emozioni attraverso gesti complessi, carichi di virtuosismi. Quello sì, è stato un punto d’arrivo.
Le Olimpiadi sono un’avventura straordinaria. Ho accettato prima di tutto la cerimonia paralimpica perché nel mondo paralimpico si ritrova con più genuinità lo spirito che prima caratterizzava anche quello olimpico: le famiglie e i tifosi non sono così concentrati solo sullo sforzo dei loro atleti o sul fatto che vincano la medaglia. Alle paralimpiadi ti fa piacere esserci e godere dello sforzo di tutti gli atleti presenti.
 
Come si concepisce e come si costruisce uno spettacolo come quello della chiusura delle olimpiadi che ha coinvolto oltre 6000 persone? Che emozione si prova a vederlo poi finalmente rappresentato davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo?
 
Torino mi ha insegnato molto (Daniele è stato il regista della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi nel 2006), mi ha insegnato a costruire da zero un modo di operare. La complessità di Sochi non è stata data dal mettere in movimento 6-7'000 persone, quanto piuttosto dall’aspetto tecnologico. A differenza di Torino, infatti, a Sochi l’idea era quella di costruire uno stadio sorprendente e le tecnologie messe in opera a tal fine erano molto complesse e instabili; inoltre lo stadio è stato consegnato con molto ritardo, lasciando poco tempo per approntare lo spettacolo con eventuali errori o difficoltà. La complessità è stata usare queste tecnologie e queste grandi macchine mantenendo uno spirito umano. Basti pensare che, ogni notte alle 11, avevamo un briefing finale della giornata prima di ricominciare a lavorare fino al mattino seguente e ci riunivamo in 80-90 persone, le quali erano solo i leader delle equipe di produzione, senza contare tutto il resto del personale coinvolto.  
 
La sua carriera ha raggiunto una fama mondiale e il Municipio di Lugano ha voluto omaggiarla di recente con un riconoscimento speciale a lei e ai suoi collaboratori. Che rapporto ha con Lugano lei che vive in una dimensione così internazionale?
 
Ho un grande affetto per il mio quartiere (Molino nuovo), amo tornarci, amo portare le persone con cui lavoro. Ad esempio, il nuovo direttore del LAC, Michel Gagnon, è qui perché l’ho fatto innamorare io di Lugano, è un mio grande amico, abbiamo lavorato insieme tante volte e l’ho portato qui così come ho portato i colleghi delle Olimpiadi, o del Cirque du Soleil. Mia moglie ed io  portiamo sempre qui le persone con le quali lavoriamo e cerchiamo di farle innamorare di Lugano. Michael venne a Lugano tempo fa, rimase una settimane e gli piacque enormemente questo posto. Per questo, quando poi si è aperta la possibilità del LAC, ha accettato volentieri, perché Lugano gli piaceva e la conosceva già come località.
Lugano la racconto nei miei spettacoli, racconto il mio quartiere anche se poi, per necessità e per passione, viaggio molto e più passa il tempo più mi rendo conto che mi sento a casa in molti posti: Montevideo, Montreal, in Messico come a Napoli.
Il Municipio ha dimostrato di volerci dare un sostegno, come compagnia, e di volerci tenere qui quando ci si era presentata la possibilità di trasferirci in Francia. Si è creata un’associazione, gli Amici della Compagnia Finzi Pasca, che si è mossa per far sì che la compagnia non se ne andasse e altre aziende e strutture ticinesi si stanno organizzando per farci rimanere qui, compreso il Dicastero Cultura che si è mosso per creare una possibilità concreta di aiuti.
 
Il suo passato è quello di uno sportivo. Quanto ha influito la sua attività di ginnasta sulla sua percorso artistico-creativo? Nei suoi spettacoli, infatti, la dimensione atletica è molto presente e mostra il lato più  bello del sodalizio che lega lo sport all’espressione artistica.
 
La mie relazione con lo sport è legata soprattutto alla ginnastica. Ho avuto la fortuna di non essere un atleta di punta quindi mi sono trovato a vivere un’esperienza di competizione fatta con i gruppi e questo mi ha aperto un mondo. La differenza sta nel fatto che non sei più tu da solo a cercare di superare te stesso bensì, nella ginnastica di gruppo, c’è un aspetto legato alla sorpresa, alla bellezza, non è solo una questione tecnica, c’è anche una valutazione estetica che ti fa fare sport ma cominci ad occuparti anche di bellezza.
La mia generazione è stata quella che ha vissuto il vecchio modo di pensare la ginnastica mentre tutto stava cambiando. Io ho avuto una persona chiave, Fabrizio Arrigoni, un monitore, tuttora mio amico, che ha cominciato a proporre a noi ginnasti delle cose nuove che poi sono diventate la regola. Avevo cominciato facendo i preliminari in fila per uno, per due e per quattro ed erano molto statici: grandi gruppi che si muovevano all’unisono con movimenti ginnici con un sapore arcaico. Poi, tutto d’un tratto, una corrente di monitori ha fatto sì che tutto cambiasse. Di colpo non si entrava più in palestra mettendosi tutti su una fila con i piedi perfettamente allineati sulla riga e così io ho assimilato questo entusiasmo derivante dalla sensazione di qualcosa stesse  cambiando.
Venire da un mondo nel quale la gare si facevano insieme, dove lo sbaglio di uno era lo sbaglio di tutti e il successo individuale era quello collettivo mi ha influenzato molto nell’approccio a quello che è poi diventato il mio lavoro. Sono arrivato al Cirque du Soleil con lo spettacolo Corteo  nel quale lavoravo con una decina di medagliati olimpici di varie discipline attrezzistiche. Conoscendo il modo di pensare del ginnasta, tutto lo sforzo era volto a cercare di trasformare il pensiero del ginnasta in un pensiero di acrobata, che è il grande passaggio. Fai magari gli stessi movimento ma dietro cambia tutto: da una parte ti occupi della ginnastica, del gesto che stai compiendo e del fatto che sia esatto, l’acrobata invece si occupa di bellezza, di senso, quindi cerchi di dare una ragione a quello che stai facendo. Tanto che a nessuno più importa la perfezione del gesto, importa capirne il senso.
 
Si dice spesso che sport e cultura non si accompagnino. Cosa ne pensa? 
 
Si parlano quando ci sono presone disposte a guardare le cose nel loro insieme. C’è bisogno di un’attenzione allo sviluppo e alla preservazione del corpo come pure dell’anima e della mente e ci sono dei luoghi, nello sport così come nell’arte, dove - per delle ragioni a volte anche pratiche  le due sfere si toccano. La preparazione atletica di un attore dei nostri, ad esempio, richiede quattro ore di allenamento al giorno e potrebbe sembrare in tutto e per tutto un ginnasta ma oltre a quello viene curato molto anche l’aspetto interiore della rappresentazione.
 
 
 
Galleria+